Il Calcio Prima E Dopo – Verso La Modernità

Il calcio ha cominciato a cambiare quando le grandi organizzazioni che lo presiedono (Fifa, Uefa e, in generale, le federazioni continentali) hanno preteso di trasformarlo da gioco a prodotto e gli spettatori da tifosi sono diventati clienti sempre più paganti ed esigenti di una rappresentazione pretestuosamente e ossessivamente definita spettacolo.

L’urgenza era duplice: promuovere il calcio come affare, rimuoverne noiosi passatismi regolamentari.

Uno di questi, il feticcio di ogni ostruzionismo, era il passaggio al portiere con la
possibilità di agguantare il pallone con le mani, trattenerlo per alcuni secondi, farlo rimbalzare a terra almeno tre volte e rinviare.

I più avveduti o solo i più furbi tra di loro (i portieri, intendo) riappoggiavano la palla al giocatore più vicino, appena fuori dall’area di rigore, se la facevano restituire, guadagnando quindi ulteriore tempo e sottraendo al gioco e al confronto la partecipazione dei restanti venti calciatori di movimento.

In genere queste azioni venivano sonoramente disapprovate con ?schi intensi e prolungati.

A protestare erano, ovviamente, i sostenitori delle squadre che, in un determinato momento della gara, stavano perdendo o avevano necessità di vincere.

Quell’atteggiamento poteva durare minuti senza che nessuno osasse interromperlo. Non l’arbitro che, pur avendo tra le sue facoltà quella di invitare al gioco, si guardava bene dall’intervenire.

Né la squadra avversaria ancora poco o per nulla avvezza agli effetti del pressing alto, cioè quell’azione combinata tra compagni per andare a strappare la palla quando fosse finita, anche solo per pochi secondi, sui piedi del terzino, del
‘libero’, dello stopper e del mediano, dei ruoli progressivamente andate in disuso.

Dopo il Mondiale del 1990, svoltosi in Italia e vinto dalla Germania per 1—0 sull’Argentina grazie a un rigore inesistente realizzato da Brehme, la regola fu cambiata. L’intento non era solo di togliere al portiere il privilegio di neutralizzare il gioco, ma di favorire il gol degli altri.

Così sul passaggio di un compagno, sia dentro che ovviamente fuori dall’area, l’estremo difensore (come dicevano i giornalisti d’antan) avrebbe potuto colpire il pallone con ogni parte del corpo, prevalentemente i piedi, ma non con le mani.

La regola fu modificata uffcialmente il 1° luglio del 1992 ed entrò in vigore al torneo olimpico dei Giochi di Barcellona.

Criticatissima al momento della sua adozione — il calcio è per de?nizione uno sport
conservatore soprattutto per quanto attiene alle norme e le regole — la novità ha finito per rivoluzionare un ruolo (quello del portiere) e per incidere pesantemente nello svolgimento delle partite.

Oggi, tranne casi clamorosi come quello di Karius del Liverpool, che nella ?nale di
Champions League del 2018, contro il Real Madrid, si macchiò di diversi errori, il primo e più clamoroso dei quali per aver indugiato nel rinvio di piede favorendo Benzema, tutti i portieri sono bravi a giocare la palla con i piedi.

Alcuni sono addirittura ambidestri, altri sono chiamati quasi a centrocampo per iniziare l’azione (il tedesco Neuer è, in questo senso, il migliore in assoluto).


La regola che riguarda il portiere è solo un esempio, la sua collocazione no. Il 1990 segna infattil’anno del peggior Mondiale di sempre.

In quella che era la quattordicesima edizione della Coppa furono realizzati 115 gol in 52 partite alla media di 2,21 gol a gara, la più bassa di tutti i tempi, cioè dalla prima edizione del 1930 a quella disputatasi in Russia nel 2018.

Il 1990 fu anche l’anno delle prime espulsioni in una ?nale mondiale (Monzon e Dezotti) e l’ultima volta delle maglie con il numero, ma senza il nome del calciatore che la indossava.

Sparisce anche l’arbitro vestito di nero, un must di tutti i tempi, anche se a Italia ’90 la seconda divisa era rossa, piccola concessione a un cambiamento incipiente.

Ben più importante l’innovazione della panchina lunga. Fino al Mondiale italiano, infatti, erano sedici i giocatori che potevano stare tra campo (undici) e panchina (cinque).

Dopo diventarono ventidue (ora ventitré) con la possibilità di tre sostituzioni. Dal 2018 è ammesso anche il quarto cambio (e già si parla del quinto) se una partita, per esempio di una qualsiasi Coppa o di uno spareggio, dovesse arrivare ai supplementari.

Tutto questo non solo ha reso il gioco più equo, ma 10 ha richiamato ai principi dei padri fondatori, gli inglesi: la partita ha per obiettivo il goal e la vince chi ne realizza uno (o più) rispetto all’avversario.

L’intento, quindi, di riportare il gioco a uno svolgimento più sciolto è stato raggiunto.

Oggi nel calcio si segna molto di più. Non solo. Il risultato resta spesso in bilico anche se il punteggio segna due o, addirittura, tre gol di vantaggio di una squadra sull’altra.

È dunque cambiata la mentalità. Ci si difende meno (o meno bene) e si attacca di più.

Eppure persiste un’anomalia — segno distintivo della matrice calcistica italiana per lunghi anni legata al catenaccio e, in generale, al difensivismo — ed è il dato ?nale della nostra serie A.

Lo scudetto non viene vinto dalla squadra con il miglior attacco, ma quasi sempre da quella con la miglior difesa.

Tuttavia per far segnare in maniera superiore e, dunque, per rendere il calcio non dico più spettacolare (è un giudizio soggettivo) ma più piacevole e avvincente, negli anni è cambiata la regola del fuorigioco, sempre più orientata a favorire l’attaccante.

Prima dell’introduzîone del Var si era arrivati a fornire agli assistenti arbitrali (i cosiddetti guardalinee) il seguente assunto: nel dubbio (tra fuorigioco e no) non alzate la bandierina.

Era perciò preferibile un errore — quantunque di pochi centimetri — che magari determinasse un gol, piuttosto che l’esattezza occhiuta della segnalazione.

Un paradosso. Gli anni tra la fine degli Ottanta e il decennio dei Novanta segnano uno spartiacque definitivo.

Il calcio cambia insieme al mondo. La Germania viene riunificata anche a livello sportivo.

L’Urss si dissolve nel 1991 e nasce la Russia più altre quattordici Nazionali, inizialmente raggruppate sotto la Csi (Comunità Stati Indipendenti) che ne contemplava undici.

La J ugoslavia viene pretestuosamente esclusa dal Campionato europeo del 1992, in Svezia, e si frammenta in Croazia, Slovenia, Bosnia Erzegoxîna, Serbia e Montenegro, disperdendo una potenzialità tecnica forse inarrivabile nel Vecchio Continente.

Nel 1993 la Cecoslovacchia si scinde in Repubblica Ceca e Slovacchia.

Nel calcio giocato progressivamente si avvicina e si impone, anche se il processo potrà dirsi compiuto negli anni Duemila, 1a zona—pressìng che ha in Arrigo Sacchi, prima allenatore del Rimini, poi del Parma e in?ne del Milan berlusconiano, il suo profeta.

Non sono solo le vittorie a fare da traino alla rivoluzione tattica (Sacchi, alla fine, vincerà uno scudetto assieme a due Coppe dei Campioni e a due Intercontinentali) ma anche l’idea di un gioco di supremazia e di comando, in cui la palla è quasi sempre trai piedi dei propri calciatori.

Per riconquistarla quando la si è persa, quel Milan attua un pressing a volte offensivo, altre ultraoffensivo con il quale mette in
crisi l’avversario.

Il metodo prevede la “salita” della squadra in maniera coordinata e il
conseguente accorciamento del campo.

La difesa è accorpata orizzontalmente, le linee tra i reparti ravvicinate, gli undici uomini devono essere sempre “corti” in fase difensiva e allargarsi, in tutta l’ampiezza del campo, quando attaccano.

Il sistema di gioco diventa il 4—4—2 o il 4—3—3 a seconda della tripartizione del terreno di gioco. Sparisce, anche se poco alla volta, la marcatura a uomo, cioè il difensore che segue l’avversario a prescindere dalla posizione.

Nasce quella a zona, cioè prima lo spazio, poi il pallone, solo alla fine l’antagonista diretto. Scompare il ‘libero’.

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