Quando Il Calcio è Donna

Per allenare nel calcio delle donne bisogna essere donna o diventarlo. Quindi un uomo può farlo solo a patto di cambiare, di essere donna almeno nei requisiti psicologici.

Un giorno che feci un discorso del genere al gruppo delle mie giocatrici una, non proprio scherzando, replicò: «Lo sappiamo che sei una donna. Ci accorgiamo anche di quando hai certi giorni».

Si riferiva alle mestruazioni, un fattore che nella cultura popolare viene tramandato come portatore di instabilità e umoralìtà.

La donna è diversa dall’uomo. Lo è perché, in genere, ha i piedi più piccoli (anche se è in aumento il numero di calciatrìci con il piede grande), un bacino più ridotto, le gambe più corte.

Come i maschi, invece, ha il baricentro basso, ma una muscolatura addirittura più elastica.

Sì infortuna più spesso dell’uomo, soprattutto alle ginocchia, perché le articolazioni non sono in grado di supportare una massa muscolare particolarmente sviluppata dagli allenamenti.

E siccome le donne si allenano almeno quanto i maschi (adesso sei volte la settimana in serie A, quattro in serie B) non possono avere meno massa.
A differenza dei calciatori, la donna ha una sopportazione del dolore nettamente più alta.

Le donne partoriscono, gli uomini no e la differenza è antropologica: l’uomo va alla guerra, la donna dà la vita.

Siamo agli antipodi, anche se a calcio si gioca allo stesso modo, con le stesse regole, lo stesso pallone, le stesse porte, le stesse dimensioni del campo. C’è stato un periodo, nella storia del calcio femminile, in cui i tempi di gioco erano di quaranta minuti e il pallone leggermente più piccolo.

Un’assurdità. Le donne hanno dimostrato fin dall’inizio di avere la stessa attitudine dei maschi per il gioco, in qualche caso una tecnica allo stesso livello, in altri, più rari ma non unici, addirittura superiore.

Dove non competono, perché non possono, è nella forza e nella velocità.

Nella mia quasi decennale esperienza di allenatore è capitato tante volte di giocare contro squadre maschili. Giovanissimi, allievi, ex calciatori, squadre aziendali.

Con tutti la partita è stata equilibrata, alcune le abbiamo vinte, altre le abbiamo perse. Ma ogni volta succedeva qualcosa di disdicevole da parte avversaria: qualche intervento particolarmente pesante, molte proteste bambinesche e, nella maggioranza dei casi, il ricorso alla palla lunga sulla quale, ovviamente,
arrivavano prima gli uomini.

Era ed è sempre così: quando un gruppo di maschi (non è giusto chiamarla squadra) sta per essere messo sotto da una squadra di donne viene esibita la forza nei contrasti o la velocità.

Ovviamente non si può paragonare il calcio femminile italiano a quello maschile, la serie A con la serie A o tra esse le due Nazionali maggiori.

Anni addietro, Sergio Vatta, il c.t. che portò le azzurre a una fase ?nale del Campionato del mondo, prima che lo facesse Milena Bertolini nel 2018, amava definire “bambino” il calcio delle donne.

Era una de?nizione più affettuosa che tecnica. Ma, del tutto involontariamente, conteneva una dose di pregiudizio, come se le donne avessero un livello prestabilito cui ambire e non potessero crescere oltre.

Io credo, invece, che negli ultimi vent’anni i progressi siano stati formidabili e non solo in Italia. Primo, perché il calcio femminile si è sviluppato in tutto il mondo.

Secondo, perché le donne, oltre a essere più alte e più strutturate, oggi hanno una cultura più ricca sulla preparazione atletica, sull’alimentazìone, sulla scienza del vivere.

Ho amato alcune mie giocatrici. Di una, Elena, all’epoca sedicenne e platonicamente innamorata di me (le ho giurato, ed è vero, di non essermi mai accorto di questo suo sentimento) sono diventato il compagno diciassette anni dopo, quando la vita ci aveva portato in direzioni opposte.

Lei aveva smesso con il calcio (e cominciato a lavorare nell’azienda di famiglia), io stavo ìn Albania, in una delle mie avventure giornalistiche più intriganti.

Molti anni prima eravamo stati avversari sul campo e, al contrario di me, lei aveva vinto anche uno scudetto con il Fiammamonza.

A novembre del 2018 è nata nostra figlia, si chiama Beatrice, non speriamo esattamente che faccia la calciatrice, ma l’eventualità è tutt’altro che inattesa e remota.

L’altra mia figlia, ]a maggiore, Elisabetta, avuta da una precedente unione, detesta il
calcio e i calciatori anche se vuole talmente bene a suo padre da essersi sforzata di tifare Torino quando lavoravo (e allenavo) in quella città.

Il primo è stato con un portiere, il primo amore con un mediano, il secondo con un
difensore. Eccetto una, tutte giocavano in altre squadre. Nessuna storia è stata banale, nessuna è somigliata all’avventura.

Sono state vicende intense e travolgenti, con molta passione e altrettanto possesso, un coinvolgimento totale, una fuga assoluta dalla mediocrità dei gesti e delle parole.

Qualcuno, con sarcasmo, mi ha detto: «Ecco spiegato perché hai sempre preferito allenare le donne! ». Naturalmente è una stronzata: si possono programmare le scopate, non gli amori.

Nel calcio delle donne non solo l’allenatore deve essere una donna o un maschio
consapevolmente modi?cato, ma molte donne amano altre donne.

Io che sono un allenatore—donna vivevo amori sostanzialmente omosessuali. Altre donne, più esplicitamente, si amano tra loro. In questi anni, lunghi, duri, silenziosi, ambigui, ho maturato la convinzione che non ci sia finzione peggiore della sorpresa che simulano i perbenisti.

Non solo è ipocrita la reazione, ma è immorale, prima che innaturale, la convinzione che i rapporti si annidino solo nello spogliatoio di una squadra 0 di disciplina sportiva.

Come se li dentro Vi entrasse non una parte di mondo, una grande forza emotiva e una suprema energia di vita, ma una schiera di vìzîose, dedite alla perversione e al ricatto/riscatto sessuale.

Sì, nel calcio femminile, così come in tutto 10 sport delle donne, l’omosessualità è presente e latente.

Ma non c’è nulla che riconduce questa inclinazione o scelta o diritto, a seconda di come 10 si voglia chiamare, all’attività agonistica.

Anchei calciatori e gli allenatori sono omosessuali, non so se percentualmente più o meno delle donne (non ci sono ricerche, analisi, inchieste) ma nessuno lo dice a eccezione di allusioni pruriginose da parte di qualche icona gay, naturalmente extracalcio.

Ho sempre saputo tutto delle storie gay delle mie giocatrici e anche di quelle di altre squadre.

Non perchè guardassi dal buco della serratura, ma perchè me 10 venivano a raccontare loro.

Di un allenatore, donna o uomo che sia, ci si fida più che di un familiare. Un sabato di ormai una quindicina di anni fa, noi del Torino femminile perdemmo male contro il Milan (3—1) e, dopo la doccia, mi raggiunse una delle mie calciatrici migliori (era titolare della Nazionale) per dirmi che il suo scarso rendimento non era dovuto & ragioni tecniche, ma piuttosto a un amore non corrisposto con una compagna di squadra.

In questi casi non solo io ero comprensivo, ma complice. Andare all’essenza della faccenda non signi?ca intromettersi, ma capire se la storia poteva funzionare.

Di certo non ho mai avversato amori tra le mie giocatrici. Sia perché ho avuto a che fare con persone serie e responsabili che separavano il gioco dagli affetti, sia perché
sapevano che le loro scelte non sarebbero mai state discusse.

Ovvio che esigessi comportamenti ìneccepibìli in campo e fuori dal campo. Altrettanto ovvio che non tollerassi molestie in seno al gruppo.

Il calcio femminile mi ha aiutato a essere una persona più aperta. Oggi la casa della mia compagna e mia è frequentata per ]a maggior parte da coppie gay, ragazze che giocano, hanno giocato a calcio, allenano o alleneranno.

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